giovedì 1 maggio 2014

IL FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO E LA CASA DELLE DONNE DI LECCE

mercoledì 30 aprile 20014 ore 21
Multisala Massimo 
Presentano il film di Caterina Gerardi
Nella Casa di Borgo San Nicola con le donne, nel carcere
con Silvia Baraldini (ex detenuta politica)
e Margherita Michelini( direttrice del carcere Gozzini di Firenze)
Multisala Massimo - Lecce 30 aprile 2014
presentazione e proiezione del film di C. Gerardi
Nella Casa di Borgo San Nicola
interventi dal posto  parla Silvia Baraldini 

di Nicoletta Salvemini

Non fermatevi ad ammirare le bellissime immagini. Non osservate solo gli sguardi persi o spavaldi, le mani nervose o operose, i colori di una vita sospesa che rivivono nei panni stesi ad asciugare e nelle tendine alle finestre. Non ascoltate solo i loro racconti che parlano di ciò che era e di ciò che è, nell’attesa di ciò che sarà. Mettetevi in ascolto anche dei rumori e dei suoni del luogo dove la libertà personale viene imprigionata. Il cigolio dei carrelli che portano il cibo, quello interminabile delle chiavi che aprono innumerevoli cancelli e porte o delle voci che riecheggiano nei corridoi e nelle celle. Suoni e rumori abilmente catturati nel luogo dove la cattura è di casa. Un luogo abitato da una popolazione femminile che ricrea come può l’ambiente domestico dal quale è stata sottratta per scontare una pena per reati connessi agli stupefacenti, reati dove il tasso di recidiva è molto alto, svelando in ciò che non solo il ritorno in carcere non ha interrotto il precedente modus operandi ma soprattutto che la pena detentiva, per queste donne, non ha svolto la funzione rieducativa voluta dalla Costituzione. Il carcere, come tutti i luoghi dove si esercita potere, ha una struttura maschile che non conosce il corpo femminile: le mestruazioni, la menopausa, la maternità vengono imprigionate. E quando la questione femminile è entrata in carcere ciò è accaduto solo per tutelare i figli piccoli della madre detenuta e non per pensare e agire un trattamento penitenziario differente per la detenuta. Anche l’ordinamento penitenziario, leggendo la storia della detenzione femminile, risente di questa parziale visione del mondo. Il soggetto intorno al quale minori e donne vengono definiti è il maschio adulto: e’ lui il soggetto imputabile per la legislazione penale. Donne e minori costituiscono l’eccezione al modello e vengono accomunati nel concetto di soggetti deboli: la debolezza dei minori è non essere adulti, quella delle donne non essere uomini. La forza di Caterina Gerardi è quella di aver oltrepassato cancelli e sbarre e di aver con coraggio rivisitato il principio di uguaglianza con quello della differenza di genere, facendoli dialogare. Rivisitare l’eguaglianza affiancando ad essa la differenza di genere ha significato per Caterina mettere in relazione l’astrattezza del principio formale con la materialita’ della situazione concreta. Ha significato interpretare la norma per dare altro senso al principio di uguaglianza che non deve funzionare rigidamente ma deve essere capace di rendere eguali nella differenza. Un’interpretazione coraggiosa, fatta nella consapevolezza che essa non è il fine da raggiungere ma uno strumento per raggiungere il fine e il fine è essere eguali tra diversi. Un’interpretazione fatta per immagini voci e suoni e che Caterina Gerardi ci consegna in uno dei suoi lavori più belli e più difficili da realizzare - Il carcere non è per le donne- e che stasera (ore 21.00 Sala 3) in collaborazione con la Casa delle Donne di Lecce, sarà ospitato nella bella e prestigiosa cornice del Festival del Cinema Europeo.

mercoledì 27 novembre 2013


IMPORTANTE DAL CARCERE FEMMINILE DELL VALLETTE 
Per le torinesi: il 4/12 queste donne faranno una battitura di protesta.
Questa lettera arriva dalla seconda sezione Nuovi Giunti femmile del carcere delle Vallete. Racconta le condizioni a cui sono costrette queste detenute e un episodio drammatico che hanno vissuto, censurato dall'amministrazione penitenziaria. Con coraggio e collettivamente propongono un momento di lotta il 4 dicembre, a cui è doveroso dare voce. E' importante diffonderla il più possibile tra gli uomini e le donne detenute in altre strutture carcerarie.
A margine della lettera viene specificato che la loro protesta non è per chiedere l'amnistia o l'indulto, ma per ottenere qualcosa di molto più vicino alle loro necessità e potenzialità di auto-organizzazione: lottare per la propria dignità e contro la quotidianità assassina che sono costrette a subire.


Stralci di una lettera dalle Vallette.
04/11/2013

(…)Mi trovo tutt’oggi ancora ai Nuovi Giunti. Sono stata trasferita il 22 luglio. Io come altre detenute, siamo al livello di non ritorno dalla quasi pazzia. In teoria nei Nuovi Giunti puoi starci massimo 15 giorni.
Dopo svariati mesi da una petizione siamo riuscite a ottenere uno sgabello per cella, poter fare l’aria a uno stesso orario, e non come pecore da pascolo, o tappa-buchi quando le altre sezioni non scendono. Questo era un disagio non da poco. Una mattina alle 9, il giorno dopo alle 11 come veniva comodo a loro e quell’ora d’aria diventava una corsa per poter essere pronte all’improvviso. Questa situazione è da sempre insostenibile. Due ore d’aria e ventidue chiuse senza la possibilità di fare un’attività ricreativa. C’è una bellissima palestra inagibile. Abbiamo ottenuto di poter usufruire della doccia dalle 9 alle 11, orario in cui devi essere già pronta per la così sospirata ora d’aria. Alle 11 passa il vitto. Bene noi al nostro ritorno dall’aria alle 12 abbiamo nei piatti qualcosa di commestibile, di cui non si capisce la fattispecie, messa a giacere per un’ora fino al nostro ritorno in cella. Prima cosa non mi sembra molto corretto e igienico che io debba avere il vitto per un’ora dentro la cella senza neppur vedere cosa mi ci si mette dentro. Io personalmente ho un piccolo aiuto dall’esterno e vado avanti da più di tre mesi a yogurt e frutta. Ma chi non ha la possibilità di fare quel minimo di spesa si fa coraggio chiude gli occhi e butta giù. Le mie compagne mangiano degli alimenti con corpi estranei all’interno!
Poi c’è il lusso della doccia dalle 13 alle 15. Alle 15 bisogna essere pronte per l’aria. Quindi in una sezione dove ora siamo 25, ma spesso si è in 50, con 2 docce funzionanti e un lavabo bisogna fare coincidere tutto. Voglio puntualizzare che nelle celle non c’è proprio la predisposizione per l’acqua calda a differenza delle docce dove c’è un termostato per la temperatura a piacimento loro. Quello che potrebbe essere un piccolo ritaglio di relax diventa una vera e propria tortura per molte, direi quasi tutte. La temperatura priva di calore rende insostenibile il nostro livello di stabilità. Io personalmente faccio comunque la doccia seppur con la speranza che non mi si geli il cervello. Ma le mie compagne sono tutte comunque di un’età sulla cinquantina anche oltre puoi capire il loro disagio e impossibilità di lavarsi dignitosamente: si prendono a secchiate a vicenda prendendo l’acqua dal lavabo della doccia che è per lo meno tiepida. Potrebbero chiamarsi problematiche sorvolabili invece queste condizioni imposte rendono la nostra permanenza e sopravvivenza insostenibili a un minimo tenore dignitoso. Ho deciso di scrivere questa parte di lettera di sfogo perché vedo crollare la stabilità delle compagne sotto ai miei occhi! E mi sto quasi sentendo impotente a poter solo tendergli la mano.

Ci sono detenute che andrebbero spostate in centri che possano aiutarle e non essere imbottite di terapia per non disturbare la quiete delle lavoranti “agenti-assistenti” con il continuo urlo straziante per il loro malessere psicologico con “invalidità al 100% neurologica”. Sono già state in diverse strutture OPG ma ora giacciono qui nei Nuovi Giunti. Io non mi permetto di chiudere la bocca a nessuno. Così per non sentire queste urla assordanti ho praticamente un  trapianto di cuffie alle orecchie.
Ho preso realmente coscienza che bisogna fare uscire al di fuori da queste mura la realtà vera, cruda delle carceri italiane. Perché lottando sole facciamo solo numero. Così da questa sera a un mese ognuna di noi farà da passaparola per fare girare la voce nelle carceri italiane. Il 4|12 alle ore 16 faremo una battitura. Nel giro di un mese credo che il passaparola sarà arrivato in tutte le carcere e chi ha la possibilità di mandarci giornalisti al di fuori di queste strutture da degrado, aiuterà a fare uscire oltre queste infinite sbarre il nostro grido di aiuto. Se una persona lotta da sola, resta solo un sogno, quando si lotta assieme la realtà cambia. Qualcuno dovrà pure darci ascolto!
Siamo ancora prive di un contatto con il mondo esterno, prive di tv che potrebbe aiutare a distogliere la mente dai nostri pensieri. La posta potrebbe essere un po’ di zucchero per i nostri cuori ma anche lì abbiamo il lusso che ci venga consegnata “dal martedì al venerdì”, forse non avendo contatti con il mondo esterno non siamo a conoscenza che le poste italiane ora lavorano solo quei giorni. Ma non credo sia così. Dopo un mese dal mio trasferimento a questo penitenziario nuova disposizione: tutta la posta deve essere registrata al computer “quando ne hanno tempo”. Altrimenti come oggi seppur lunedì la posta vista da altre detenute non c’è stata consegnata. In prima sezione hanno fatto la battitura, noi nuovi giunti all’aria ci mettiamo sul piede di guerra: minacciamo di non risalire dall’aria. Così per azzittirci la nostra dignitosa ispettrice ci viene a dire che stanno registrando la posta. A chiacchiere: niente posta. Io personalmente una raccomandata l’ho firmata dopo 9 giorni dal suo arrivo!

Non veniamo rifornite di niente: generi di prima necessità per l’igiene persona e quant’altro. Solo al nostro arrivo un rotolo di carta igienica, due piatti e due posate di plastica, uno spazzolino e un dentifricio con saponetta. Poi dopo aver dormito senza lenzuola coperte e cuscino se sei fortunato entro un paio di giorni dal tuo arrivo puoi ottenerle e poi niente più. E, mi ripeto, chi non ha un piccolo aiuto dall’esterno economico è privo di tutto. Non viene rifornito neppure dalla carta igienica. Ma per fortuna c’è la domenica di mezzo. Ci viene data gentilmente in regalo Famiglia Cristiana e molti giornali. E molte hanno trovato rimedio a scopo carta.
Scrivo terra-terra sdrammatizzando ma siamo nel tunnel degli orrori. Prendendo atto di ciò che è accaduto il 31 ottobre ora do il libero sfogo. Abbiamo sollecitato più volte le assistenti di sezione di tenere sotto osservazione una nostra compagna da giorni in uno stato confusionale e, preoccupate per questa visibile instabilità, abbiamo solo richiesto che venisse applicato il loro ruolo: controllarci. Bene se questo fosse stato fatto con i tempi giusti oggi non ci si troverebbe in questa condizione. Bene siamo scese all’aria alle 15  e al nostro ritorno dopo più di un’ora che eravamo rientrate notiamo un’allarmante via vai di assistenti nella cella di questa nostra compagna. L’hanno trovata priva di sensi con entrambe le braccia tagliate da ferite importanti tanto da procurarsi la sutura di 19 punti al braccio sinistro e 24 al quella destro. Ovviamente mentre era in infermeria viene fatto il cambio cella per essere poi piantonata. “Ovviamente”. Tutto ciò poteva essere evitato ascoltando le sue ragioni. Non volevano consegnarle la spesa della sua concellina uscita liberamente, che aveva fatto tanto di domandina per lasciare la sua spesa a lei. Domandina vista da vari assistenti e poi credo cestinata. Questa è stata la goccia che ha interrotto quel filo sottile della sua stabilità già offuscata. Anche qui sarebbe bastato ascoltare e controllare prima che succedesse l’accaduto. Malgrado piantonata, la stessa notte per la seconda volta ci è andata troppo vicina: si stava soffocando con la sua maglia, e per ritardare l’accesso alla sua cella di piantonamento ha tirato su la branda facendola incastrare nelle sbarre del blindo. Allora tiriamo fuori la realtà, la verità. Non credo che bisogna aspettare che uno sia sottoterra. Questo va ben oltre. Ieri è andata bene, se così si può dire, facciamo qualcosa. Aiutateci. Aiutiamo queste donne, figlie, madri.
Per finire in bellezza la stessa notte una compagna si sente male. Soffre di gastrite nervosa. Mi dirai che non è una patologia così allarmante, sì se solo non soffrisse di problemi cardiocircolatori. Ha già avuto un arresto cardiaco provocato da questi attacchi. Continuano a farle flebo e punture di “Contramal” per alleviare il suo dolore. Ma in sostanza con i problemi che ha aggrava solo le sue condizioni. Portandola tra le mie braccia di peso sino in infermeria è passata più di  un’ora e mezza per fare intervenire la guardia medica.
Bene. Io sono allibita da tutto ciò. Ma non smetterò di combattere per me e le mie compagne, il nostro grido di dolore è assordante ma non ci sente nessuno. La guardasigilli Cancellieri si sta muovendo per noi? Per la popolazione carceraria? Ma deve aiutare noi tutte, detenute dal degrado.
Un grido di aiuto e un affettuoso saluto le detenute seconda sezione Nuovi Giunti.

M.
Seguono le firme di 22 detenute
__________________________

domenica 27 ottobre 2013

CONTINUA IL VIAGGIO DEL FILM


 




               DIPARTIMENTO
        DEI SISTEMI GIURIDICI
     Piazza dell’Ateneo Nuovo, 1 – 20126 Milano
Tel. 02.6448.6115 – 02.6448.6380 Fax 02.6448.6410

                                                                     
                                                                                 
DIRITTO PENALE - DIRITTO PENITENZIARIO
a.a. 2013 - 2014



Giovedì 14 novembre 2013 – ore 10.30-13.30 – aula U6/6

DONNE DI MAFIA IN CARCERE




Proiezione del film Nella Casa di Borgo San Nicola con le donne, nel carcere (C. Gerardi, 2008)

ne discutiamo con:

Caterina Gerardi, regista
Anna Rosaria Piccinni, ex-direttrice del carcere di Lecce
Stefania Mussio, direttrice del carcere di Lodi
Elena Lombardi Vallauri, direttrice del carcere
 di Asti e di Alessandria


Coordinano l’incontro: Silvia Buzzelli e Claudia Pecorella
           

mercoledì 7 novembre 2012

SEMINARIO "DONNE E MAFIE"


LIBERA. ASSOCIAZIONI, NOMI E NUMERI CONTRO LE MAFIE
in collaborazione con le principali UNIVERSITA’ MILANESI

GIOVEDÌ 8 NOVEMBRE 2012 DALLE 14 ALLE 18.30
Università Bicocca, Aula U6/11, piazza dell'Ateneo Nuovo
tram 7 Arcimboldi Ateneo Nuovo, stazione FS Milano Greco Pirelli
DONNE E MAFIE
Intervengono:
Tiziana VETTOR (Università Milano – Bicocca)
Ombretta INGRASCÌ (Università Cattolica di Milano)
Monica MASSARI (Università Federico II di Napoli)
Antonella PASCULLI (Università di Bari)

Proiezione del documentario
"Nella Casa di Borgo San Nicola.  Con le donne, nel carcere" di Caterina Gerardi, 2009

La partecipazione conferisce CFU secondo le indicazioni del Consiglio di Facoltà

«Contro la corruzione una politica più forte»
Seminario interuniversitario con Ciotti, Stella e Vannucci

La tassa occulta

Draghi e Ciotti: "Mafie al nord, pericolo per democrazia"
Affollata assemblea all’Università Statale

Nuovo appuntamento con i seminari interuniversitari “MAFIE AL NORD. PER UNA CULTURA DELLA LEGALITÀ” a cura di:
LIBERA. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Università degli Studi di Milano, Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Università degli Studi di Milano Bicocca, NABA Nuova Accademia Belle Arti,
Politecnico di Milano, IULM Libera Università di Lingue e Comunicazione



giovedì 29 marzo 2012

Le detenute di Lecce: Il nostro grido d'aiuto, che nessuno ascolta

Lecce. In una lettera inviata alla nostra redazione, chiedono ai politici azioni di perdono come l'amnistia e non decreti "svuota carceri" che verranno mai attuati
LECCE - E' un grido d'aiuto affidato alle pagine di una lettera. Parole scritte a mano, fitte fitte, con l'inchiostro blu. Arriva, la lettera, dal carcere di Lecce. A scrivere sono le detenute della sezione femminile. Chiedono amnistia; chiedono ai politici azioni concrete di aiuto, e non decreti "svuota carceri" che rischiano di restare inattuati. E se l'amnistia non è possibile, chiedono di poter scontare la propria pena con dignità. 
E poi descrivono le condizioni di vita all'interno del penitenziario. Al limite della sopportazione. Dove la norma sono le celle sovraffollate e prive d'aria e la mancanza dei servizi essenziali come l'acqua calda o la carta igienica. 

"Fate qualcosa di concreto – chiedono -, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo ‘salottino' ma solo nella nostra sofferenza".



Ecco la lettera in versione integrale. 




Carissima signora Mastrogiovanni, 
a scriverle è una detenuta della casa circondariale di Lecce. Mi chiamo Antonietta e insieme alle mie compagne, abbiamo pensato di rivolgerci a lei per dare voce ai nostri silenzi, ai nostri pensieri, a tutto ciò che vorremmo dire e che nessuno ascolta. Le chiedo per questo, se possibile, di pubblicare questa nostra lettera perché non vogliamo più tenerci tutto dentro; abbiamo bisogno ch le persone conoscano ciò che proviamo, ciò che viviamo… 
Sicuramente lo abbiamo fatto con rabbia, ma siamo stanche, troppo stanche. 
Ci tengo a ringraziarla già da ora, sperando che, almeno lei, riesca a far uscire fuori queste urla dal silenzio. 
In attesa di avere la gioia di legger il nostro scritto sul "Tacco d'Italia", le porgo i miei più sinceri saluti. 

Con tanta stima 
Antonietta. 


Dal carcere di Lecce, Borgo San Nicola meglio identificato (sezione femminile), giungono pesanti lamentele da parte delle detenute deluse dalle opinioni rese in sede parlamentare durante il voto della cosiddetta "svuota carceri"… 

Un decreto inutile, così come quello dello scorso anno, perché secondo la valutazione dei magistrati competenti, verrà scarsamente applicata. 

Siamo stanche di sentire, ormai da quasi due anni, politici, opinionisti, conduttori televisivi che elencano giornalmente, come ulteriore derisione, la nostra drammatica esistenza all'interno delle carceri. 

Basta con le umilianti immagini televisive di celle sovraffollate, quattro-cinque-sei letti a castello in spazi ristretti, pentole sparse, mestoli, scolapasta, materassi "sottiletta", freddo siberiano, acqua che no si sa da dove entra e da dove esce, cessi da campeggi posizionati di fronte alle tavole da pranzo imbandite di pane secco e frutta marcia, lavandini corrosi e docce scassate. 

Basta con le visite guidate dei politici… non siamo allo zoo! No abbiamo bisogno delle loro noccioline "svuota carceri"… siamo stanche! 

Fate qualcosa di concreto, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo "salottino" ma solo nella nostra sofferenza. 
Non siamo fenomeni da baraccone, se non volete venirci incontro, abbiate almeno la delicatezza di non offenderci, violando ripetutamente, con immagini e nomee, la nostra dignità. 
Ringraziamo Marco Pannella per il suo concreto impegno che, da sempre, lotta senza alcun pregiudizio, affiancato dal suo partito dei Radicali, per noi detenuti, mettendo continuamente a repentaglio la sua salute con i molteplici scioperi della fame. 
Basta con le parole, con le chiacchiere, con gli rvm carcerari… passate ai fatti, quelli veri e concreti però. 

L'unica vera "svuota carceri" è l'amnistia e da lì ripartire per una giustizia più equa. 
Informative bene, perché i veri criminali stanno fuori. In carcere ci sono anche persone innocenti che, dopo anni di processi e tempi burocratici, vengono assolte per non aver commesso alcun reato. Chi li ripagherà del danno subito? 
Manca solo attuare a pena di morte come in America, almeno così sono più felici i politici che non vogliono concedere nulla, più felice l'opinione pubblica colpevolista e chi vuole vederci morti in galera. 

A quanto pare… Dio perdona, voi no. 

Dite piuttosto il numero dei suicidi che avvengono giornalmente in questi luoghi, la mancanza di tutto, perfino l'aria per respirare, visto che le celle sono piene da farti andare in apnea. Mancano le cose essenziali: carta igienica, disinfettante e, qui a Lecce, persino un prete! Bisogna comprare tutto… chi se lo può permettere. E chi invece non può?Lasciamo a voi l'immaginazione. 
Questi oggetti di prima necessità dovrebbe fornirli lo Stato, ma ciò non accade per mancanza di fondi. Poi però, a fine pena, lo Stato pretende le spese di mantenimento, ma per che cosa? 

E' giusto pagare, ma con dignità ed umanità. 
Non siamo rifiuti umani da smaltire, né una discarica sociale, ma persone che hanno diritto ad una seconda possibilità. 
Se volete fare veramente qualcosa per i detenuti, fateci uscire da questo limbo infernale. Amnistia! 

Grazie 
Tutte le detenute della sezione femminile del carcere di Lecce
Le detenute di Lecce: Il nostro grido d'aiuto, che nessuno ascolta

Lecce. In una lettera inviata alla nostra redazione, chiedono ai politici azioni di perdono come l'amnistia e non decreti "svuota carceri" che verranno mai attuati
LECCE - E' un grido d'aiuto affidato alle pagine di una lettera. Parole scritte a mano, fitte fitte, con l'inchiostro blu. Arriva, la lettera, dal carcere di Lecce. A scrivere sono le detenute della sezione femminile. Chiedono amnistia; chiedono ai politici azioni concrete di aiuto, e non decreti "svuota carceri" che rischiano di restare inattuati. E se l'amnistia non è possibile, chiedono di poter scontare la propria pena con dignità. 
E poi descrivono le condizioni di vita all'interno del penitenziario. Al limite della sopportazione. Dove la norma sono le celle sovraffollate e prive d'aria e la mancanza dei servizi essenziali come l'acqua calda o la carta igienica. 

"Fate qualcosa di concreto – chiedono -, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo ‘salottino' ma solo nella nostra sofferenza".



Ecco la lettera in versione integrale. 




Carissima signora Mastrogiovanni, 
a scriverle è una detenuta della casa circondariale di Lecce. Mi chiamo Antonietta e insieme alle mie compagne, abbiamo pensato di rivolgerci a lei per dare voce ai nostri silenzi, ai nostri pensieri, a tutto ciò che vorremmo dire e che nessuno ascolta. Le chiedo per questo, se possibile, di pubblicare questa nostra lettera perché non vogliamo più tenerci tutto dentro; abbiamo bisogno ch le persone conoscano ciò che proviamo, ciò che viviamo… 
Sicuramente lo abbiamo fatto con rabbia, ma siamo stanche, troppo stanche. 
Ci tengo a ringraziarla già da ora, sperando che, almeno lei, riesca a far uscire fuori queste urla dal silenzio. 
In attesa di avere la gioia di legger il nostro scritto sul "Tacco d'Italia", le porgo i miei più sinceri saluti. 

Con tanta stima 
Antonietta. 


Dal carcere di Lecce, Borgo San Nicola meglio identificato (sezione femminile), giungono pesanti lamentele da parte delle detenute deluse dalle opinioni rese in sede parlamentare durante il voto della cosiddetta "svuota carceri"… 

Un decreto inutile, così come quello dello scorso anno, perché secondo la valutazione dei magistrati competenti, verrà scarsamente applicata. 

Siamo stanche di sentire, ormai da quasi due anni, politici, opinionisti, conduttori televisivi che elencano giornalmente, come ulteriore derisione, la nostra drammatica esistenza all'interno delle carceri. 

Basta con le umilianti immagini televisive di celle sovraffollate, quattro-cinque-sei letti a castello in spazi ristretti, pentole sparse, mestoli, scolapasta, materassi "sottiletta", freddo siberiano, acqua che no si sa da dove entra e da dove esce, cessi da campeggi posizionati di fronte alle tavole da pranzo imbandite di pane secco e frutta marcia, lavandini corrosi e docce scassate. 

Basta con le visite guidate dei politici… non siamo allo zoo! No abbiamo bisogno delle loro noccioline "svuota carceri"… siamo stanche! 

Fate qualcosa di concreto, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo "salottino" ma solo nella nostra sofferenza. 
Non siamo fenomeni da baraccone, se non volete venirci incontro, abbiate almeno la delicatezza di non offenderci, violando ripetutamente, con immagini e nomee, la nostra dignità. 
Ringraziamo Marco Pannella per il suo concreto impegno che, da sempre, lotta senza alcun pregiudizio, affiancato dal suo partito dei Radicali, per noi detenuti, mettendo continuamente a repentaglio la sua salute con i molteplici scioperi della fame. 
Basta con le parole, con le chiacchiere, con gli rvm carcerari… passate ai fatti, quelli veri e concreti però. 

L'unica vera "svuota carceri" è l'amnistia e da lì ripartire per una giustizia più equa. 
Informative bene, perché i veri criminali stanno fuori. In carcere ci sono anche persone innocenti che, dopo anni di processi e tempi burocratici, vengono assolte per non aver commesso alcun reato. Chi li ripagherà del danno subito? 
Manca solo attuare a pena di morte come in America, almeno così sono più felici i politici che non vogliono concedere nulla, più felice l'opinione pubblica colpevolista e chi vuole vederci morti in galera. 

A quanto pare… Dio perdona, voi no. 

Dite piuttosto il numero dei suicidi che avvengono giornalmente in questi luoghi, la mancanza di tutto, perfino l'aria per respirare, visto che le celle sono piene da farti andare in apnea. Mancano le cose essenziali: carta igienica, disinfettante e, qui a Lecce, persino un prete! Bisogna comprare tutto… chi se lo può permettere. E chi invece non può?Lasciamo a voi l'immaginazione. 
Questi oggetti di prima necessità dovrebbe fornirli lo Stato, ma ciò non accade per mancanza di fondi. Poi però, a fine pena, lo Stato pretende le spese di mantenimento, ma per che cosa? 

E' giusto pagare, ma con dignità ed umanità. 
Non siamo rifiuti umani da smaltire, né una discarica sociale, ma persone che hanno diritto ad una seconda possibilità. 
Se volete fare veramente qualcosa per i detenuti, fateci uscire da questo limbo infernale. Amnistia! 

Grazie 
Tutte le detenute della sezione femminile del carcere di Lecce

domenica 13 febbraio 2011

E' morta Franca Salerno







Come dirti addio, splendida guerriera dagli occhi blu?

Mi hai detto di andare ed io l'ho fatto ed ora un oceano ci ha divise, ci divide ancora.
Ma mi hai detto di farlo perchè l'oceano non era poi così grande. Ed io ti ho creduto. E l'ho fatto.
Anche se in fondo tutte e due sapevamo che era un addio, anche se abbiamo pianto entrambe, anche se è stato difficilissimo separarci.

Resta il rumore delle risate, la potenza del tuo ascolto, la forza dei tuoi consigli, il confronto politico e personale, la comprensione in uno sguardo, la fragranza del tuo modo di essere nel mondo. L'amore che mi hai dato e che mi hai permesso di darti. Quest'affinità elettiva che ci ha fatto incontrare, stringere, toccare. Sei dentro di me.

Evasa. Libera.

E' così che ti ricorderò. Così ti sei raccontata e data a me in questi anni. Così voglio raccontarti a chi non ti conosceva. Perchè non si perda neanche una goccia di quello che eri, perchè la memoria la dobbiamo scrivere noi, perchè tu lo avresti voluto. A chi ti ha conosciuto molto più di me chiedo invece scusa per la mia arroganza nel volerti narrare, ma come avresti fatto tu, come avresti voluto tu, sorridendo vi dico che non me ne frega niente dei giudizi.
Questa è la mia Franca. Questo è il mio racconto, il puzzle, i pezzi di lei che mi ha regalato in mille momenti condivisi, vissuti, respirati. Quello che abbiamo costruito insieme, il nostro rapporto, invece, lo tengo per me, perchè non ci sono le parole giuste per descriverlo e perchè è solo mio e suo.

“Evasa. Libera.“

L'evasione è una fuga, è un'andare via, una sparizione, un allontanamento da ciò che opprime. Ma è anche beffa. E' lasciare un vuoto polemico, una domanda per chi rimane: ma come ha fatto?
Evasione è dunque anche restare, lasciare una presenza, una scia ribelle. Tracce.

Evasione è una risata grassa, ai danni del potere.

Forse la tua prima evasione è stata dal collegio di suore nel quale con tua sorella Marisa vi hanno rinchiuse da piccole. Mi hai raccontato tante volte come già allora avevate rifiutato il controllo, quella disciplina vuota, morbosa e grigia, quell'irrigidimento dell'anima e del corpo.
Siete scappate. Cercavate il disordine.

Mi hai raccontato che sei stata rinchiusa in un manicomio, quando eri ragazza. Hanno cercato di rubarti la forza, la mente, i sogni, la tua insubordinazione. Ma non ci sono riusciti. Ti immagino evadere anche da lì, armata solo dei tuoi occhi blu, capaci di vedere oltre lo stato apparente delle cose, oltre il bianco di quelle pareti morte. Occhi blu profondo, capaci anche loro di evadere, lasciando solo il corpo in mano agli aguzzini mentre, ignari di te, ti facevano l'elettroschok. Blu come altri luoghi, altri mondi, blu come ormai immagino la libertà.
Sei scappata. Cercavi la vita.

E l'hai trovata nella Roma di Trastevere, quella Roma che ormai hanno cancellato. Quella delle strade, del popolo, dei quartieri, della solidarietà sociale, quella che come una pittrice mi disegnavi mentre raccontavi. Un apprendistato fatto di sesso, di droghe, di autostop, di viaggi in europa senza una meta, di libertà e di aria. Quanto dovevi essere bella, sorella mia.
Sei scappata. Cercavi la strada giusta.
E poi l'indignazione, la scoperta del senso profondo della parola oppressione, dell'orrore dello sfruttamento, dell'impossibile inganno del potere e del denaro. Imparare a dare un nome alle cose. Parole e senso trovati nei libri che ti passavano i compagni, sicuramente stregati dalla tua bellezza e dalla tua naturale capacità di essere coerente e guerriera, parole e senso trovati soprattutto negli occhi della gente, degli uomini e delle donne di vita. Incontravi la lotta. Questo incontro che più di ogni altro ha segnato tutta la tua vita. La lotta, che è stata la tua vita. Hai scelto le armi, hai scelto i NAP. Hai scelto la lotta frontale, oppure lei ha scelto te. Perchè eri fuoco, sorella mia. Nel bene e nel male, questa era la tua natura. Hanno provato a tarparti le radici, le ali. Hanno provato a imprigionarti.
Sei scappata. Evasa.

Evasa dalla stupidità del carcere e dei carcerieri, dall'arroganza dei tribunali e delle sentenze. Due piccole donne che hanno spaventato il potere, che lo hanno fatto traballare, lo hanno lasciato attonito e impotente. Tracce e solchi di memoria. Polvere di sbarre nascosta chissà dove, racconti mai finiti la cui eco si perde su un terrazzo con vista a strapiombo sul mare. Rumore di gabbiani e delle nostre risate estive.
Parole evasive.

La clandestinità, l'amore. Proiettili sparati per sbaglio in un appartamento e risate da crampi allo stomaco, mi raccontavi. Traslochi fatti di corsa, sbagli, fughe, paure, lacrime, errori. E poi ancora l'arresto, gli spari, l'omicidio a sangue freddo del tuo compagno Antonio. I tuoi racconti indimenticabili. Tiravano calci sordi sulla tua pancia, che era già piena del nostro Antonio. Partorire in carcere, imparare ad essere mamma in un recinto chiuso dal quale non ti avrebbero mai più permesso di evadere, almeno con il corpo. Ti sei tante volte descritta goffa, impacciata, spaventata con questo bambino splendido e paffuto dagli occhi blu. Mi resta nella mente l'immagine di te, il tuo cantare ninne nanne nel silenzio delle carceri di massima sicurezza.
Parole libere. Parole in fuga.

Il lato umano e vero della lotta, che era sempre il succo dei tuoi racconti. La consapevolezza della vulnerabilità, dell'essere persone fatte di carne e passione. La capacità di ridere di se stessi e degli altri. La forza di mettersi in discussione sempre, e allo stesso tempo di restare fedeli alle proprie idee, al proprio sangue e a quello degli altri, compagni e compagne. Il tuo essere donna, naturalmente militante e inevitabilmente fragile. Come tutti noi. E non avere paura di ammetterlo. Questo era il motore della tua forza infinita negli anni bui della prigionia, almeno ai miei e ai tuoi occhi. Ce lo siamo detto tante volte. Questa è la linfa della tua coerenza anche dopo, quando ho avuto il privilegio di conoscerti perchè tu me lo hai permesso. Compromettere la vita con il conflitto, farne una cosa sola, senza voltarsi indietro, senza rimpianti, senza ripensamenti. Con naturalezza, con umiltà e coraggio. Senza chiedere riconoscimenti a nessuno, senza nascondere la paura, senza mai nascondersi dietro un dito. Errori e certezze ad un unico ritmo, quello della parte giusta della barricata. Odiando il potere e rifiutando tutti i sui figli minori.
Parole tue. Parole nostre.

Alle compagne, amiche, sorelle che ti hanno amata e hanno condiviso con te la vita, l'amore e il dolore, il carcere, le evasioni e la libertà, con la stessa fottuta intensità con cui ho potuto anche se per poco farlo io, va il mio abbraccio più forte. Perchè, non me ne vogliano i compagni e gli amici, i racconti di Franca sono quasi tutti declinati al femminile. E ci sarà pure un perchè.

La tua ultima evasione sorella mia, compagna, è quella dalla vita, da un corpo che, dopo il dolore infinito per la perdita di Antonio, aveva deciso di abbandonarti, anche se tu non volevi. Ma non lasci un vuoto. Piuttosto uno spazio pieno. Di parole, di storie, di emozioni, di ricordi. Per tutte e tutti noi. Questo è solo un mozzico di quello che mi hai regalato.Come ti ho detto fino alla fine, ti porto con me ogni giorno. Mi mancherai infinitamente, ma tanto questo già lo sai...

L'evasione è uno scarboccchio indelebile nelle righe ordinate del potere e della legge.
E´ una beffa.

E allora ridiamo, compagna mia, ridiamo!
Buona fuga, Franca.

Tua nina