domenica 27 ottobre 2013

CONTINUA IL VIAGGIO DEL FILM


 




               DIPARTIMENTO
        DEI SISTEMI GIURIDICI
     Piazza dell’Ateneo Nuovo, 1 – 20126 Milano
Tel. 02.6448.6115 – 02.6448.6380 Fax 02.6448.6410

                                                                     
                                                                                 
DIRITTO PENALE - DIRITTO PENITENZIARIO
a.a. 2013 - 2014



Giovedì 14 novembre 2013 – ore 10.30-13.30 – aula U6/6

DONNE DI MAFIA IN CARCERE




Proiezione del film Nella Casa di Borgo San Nicola con le donne, nel carcere (C. Gerardi, 2008)

ne discutiamo con:

Caterina Gerardi, regista
Anna Rosaria Piccinni, ex-direttrice del carcere di Lecce
Stefania Mussio, direttrice del carcere di Lodi
Elena Lombardi Vallauri, direttrice del carcere
 di Asti e di Alessandria


Coordinano l’incontro: Silvia Buzzelli e Claudia Pecorella
           

mercoledì 7 novembre 2012

SEMINARIO "DONNE E MAFIE"


LIBERA. ASSOCIAZIONI, NOMI E NUMERI CONTRO LE MAFIE
in collaborazione con le principali UNIVERSITA’ MILANESI

GIOVEDÌ 8 NOVEMBRE 2012 DALLE 14 ALLE 18.30
Università Bicocca, Aula U6/11, piazza dell'Ateneo Nuovo
tram 7 Arcimboldi Ateneo Nuovo, stazione FS Milano Greco Pirelli
DONNE E MAFIE
Intervengono:
Tiziana VETTOR (Università Milano – Bicocca)
Ombretta INGRASCÌ (Università Cattolica di Milano)
Monica MASSARI (Università Federico II di Napoli)
Antonella PASCULLI (Università di Bari)

Proiezione del documentario
"Nella Casa di Borgo San Nicola.  Con le donne, nel carcere" di Caterina Gerardi, 2009

La partecipazione conferisce CFU secondo le indicazioni del Consiglio di Facoltà

«Contro la corruzione una politica più forte»
Seminario interuniversitario con Ciotti, Stella e Vannucci

La tassa occulta

Draghi e Ciotti: "Mafie al nord, pericolo per democrazia"
Affollata assemblea all’Università Statale

Nuovo appuntamento con i seminari interuniversitari “MAFIE AL NORD. PER UNA CULTURA DELLA LEGALITÀ” a cura di:
LIBERA. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Università degli Studi di Milano, Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Università degli Studi di Milano Bicocca, NABA Nuova Accademia Belle Arti,
Politecnico di Milano, IULM Libera Università di Lingue e Comunicazione



giovedì 29 marzo 2012

Le detenute di Lecce: Il nostro grido d'aiuto, che nessuno ascolta

Lecce. In una lettera inviata alla nostra redazione, chiedono ai politici azioni di perdono come l'amnistia e non decreti "svuota carceri" che verranno mai attuati
LECCE - E' un grido d'aiuto affidato alle pagine di una lettera. Parole scritte a mano, fitte fitte, con l'inchiostro blu. Arriva, la lettera, dal carcere di Lecce. A scrivere sono le detenute della sezione femminile. Chiedono amnistia; chiedono ai politici azioni concrete di aiuto, e non decreti "svuota carceri" che rischiano di restare inattuati. E se l'amnistia non è possibile, chiedono di poter scontare la propria pena con dignità. 
E poi descrivono le condizioni di vita all'interno del penitenziario. Al limite della sopportazione. Dove la norma sono le celle sovraffollate e prive d'aria e la mancanza dei servizi essenziali come l'acqua calda o la carta igienica. 

"Fate qualcosa di concreto – chiedono -, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo ‘salottino' ma solo nella nostra sofferenza".


Ecco la lettera in versione integrale. 




Carissima signora Mastrogiovanni, 
a scriverle è una detenuta della casa circondariale di Lecce. Mi chiamo Antonietta e insieme alle mie compagne, abbiamo pensato di rivolgerci a lei per dare voce ai nostri silenzi, ai nostri pensieri, a tutto ciò che vorremmo dire e che nessuno ascolta. Le chiedo per questo, se possibile, di pubblicare questa nostra lettera perché non vogliamo più tenerci tutto dentro; abbiamo bisogno ch le persone conoscano ciò che proviamo, ciò che viviamo… 
Sicuramente lo abbiamo fatto con rabbia, ma siamo stanche, troppo stanche. 
Ci tengo a ringraziarla già da ora, sperando che, almeno lei, riesca a far uscire fuori queste urla dal silenzio. 
In attesa di avere la gioia di legger il nostro scritto sul "Tacco d'Italia", le porgo i miei più sinceri saluti. 

Con tanta stima 
Antonietta. 


Dal carcere di Lecce, Borgo San Nicola meglio identificato (sezione femminile), giungono pesanti lamentele da parte delle detenute deluse dalle opinioni rese in sede parlamentare durante il voto della cosiddetta "svuota carceri"… 

Un decreto inutile, così come quello dello scorso anno, perché secondo la valutazione dei magistrati competenti, verrà scarsamente applicata. 

Siamo stanche di sentire, ormai da quasi due anni, politici, opinionisti, conduttori televisivi che elencano giornalmente, come ulteriore derisione, la nostra drammatica esistenza all'interno delle carceri. 

Basta con le umilianti immagini televisive di celle sovraffollate, quattro-cinque-sei letti a castello in spazi ristretti, pentole sparse, mestoli, scolapasta, materassi "sottiletta", freddo siberiano, acqua che no si sa da dove entra e da dove esce, cessi da campeggi posizionati di fronte alle tavole da pranzo imbandite di pane secco e frutta marcia, lavandini corrosi e docce scassate. 

Basta con le visite guidate dei politici… non siamo allo zoo! No abbiamo bisogno delle loro noccioline "svuota carceri"… siamo stanche! 

Fate qualcosa di concreto, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo "salottino" ma solo nella nostra sofferenza. 
Non siamo fenomeni da baraccone, se non volete venirci incontro, abbiate almeno la delicatezza di non offenderci, violando ripetutamente, con immagini e nomee, la nostra dignità. 
Ringraziamo Marco Pannella per il suo concreto impegno che, da sempre, lotta senza alcun pregiudizio, affiancato dal suo partito dei Radicali, per noi detenuti, mettendo continuamente a repentaglio la sua salute con i molteplici scioperi della fame. 
Basta con le parole, con le chiacchiere, con gli rvm carcerari… passate ai fatti, quelli veri e concreti però. 

L'unica vera "svuota carceri" è l'amnistia e da lì ripartire per una giustizia più equa. 
Informative bene, perché i veri criminali stanno fuori. In carcere ci sono anche persone innocenti che, dopo anni di processi e tempi burocratici, vengono assolte per non aver commesso alcun reato. Chi li ripagherà del danno subito? 
Manca solo attuare a pena di morte come in America, almeno così sono più felici i politici che non vogliono concedere nulla, più felice l'opinione pubblica colpevolista e chi vuole vederci morti in galera. 

A quanto pare… Dio perdona, voi no. 

Dite piuttosto il numero dei suicidi che avvengono giornalmente in questi luoghi, la mancanza di tutto, perfino l'aria per respirare, visto che le celle sono piene da farti andare in apnea. Mancano le cose essenziali: carta igienica, disinfettante e, qui a Lecce, persino un prete! Bisogna comprare tutto… chi se lo può permettere. E chi invece non può?Lasciamo a voi l'immaginazione. 
Questi oggetti di prima necessità dovrebbe fornirli lo Stato, ma ciò non accade per mancanza di fondi. Poi però, a fine pena, lo Stato pretende le spese di mantenimento, ma per che cosa? 

E' giusto pagare, ma con dignità ed umanità. 
Non siamo rifiuti umani da smaltire, né una discarica sociale, ma persone che hanno diritto ad una seconda possibilità. 
Se volete fare veramente qualcosa per i detenuti, fateci uscire da questo limbo infernale. Amnistia! 

Grazie 
Tutte le detenute della sezione femminile del carcere di Lecce
Le detenute di Lecce: Il nostro grido d'aiuto, che nessuno ascolta

Lecce. In una lettera inviata alla nostra redazione, chiedono ai politici azioni di perdono come l'amnistia e non decreti "svuota carceri" che verranno mai attuati
LECCE - E' un grido d'aiuto affidato alle pagine di una lettera. Parole scritte a mano, fitte fitte, con l'inchiostro blu. Arriva, la lettera, dal carcere di Lecce. A scrivere sono le detenute della sezione femminile. Chiedono amnistia; chiedono ai politici azioni concrete di aiuto, e non decreti "svuota carceri" che rischiano di restare inattuati. E se l'amnistia non è possibile, chiedono di poter scontare la propria pena con dignità. 
E poi descrivono le condizioni di vita all'interno del penitenziario. Al limite della sopportazione. Dove la norma sono le celle sovraffollate e prive d'aria e la mancanza dei servizi essenziali come l'acqua calda o la carta igienica. 

"Fate qualcosa di concreto – chiedono -, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo ‘salottino' ma solo nella nostra sofferenza".


Ecco la lettera in versione integrale. 




Carissima signora Mastrogiovanni, 
a scriverle è una detenuta della casa circondariale di Lecce. Mi chiamo Antonietta e insieme alle mie compagne, abbiamo pensato di rivolgerci a lei per dare voce ai nostri silenzi, ai nostri pensieri, a tutto ciò che vorremmo dire e che nessuno ascolta. Le chiedo per questo, se possibile, di pubblicare questa nostra lettera perché non vogliamo più tenerci tutto dentro; abbiamo bisogno ch le persone conoscano ciò che proviamo, ciò che viviamo… 
Sicuramente lo abbiamo fatto con rabbia, ma siamo stanche, troppo stanche. 
Ci tengo a ringraziarla già da ora, sperando che, almeno lei, riesca a far uscire fuori queste urla dal silenzio. 
In attesa di avere la gioia di legger il nostro scritto sul "Tacco d'Italia", le porgo i miei più sinceri saluti. 

Con tanta stima 
Antonietta. 


Dal carcere di Lecce, Borgo San Nicola meglio identificato (sezione femminile), giungono pesanti lamentele da parte delle detenute deluse dalle opinioni rese in sede parlamentare durante il voto della cosiddetta "svuota carceri"… 

Un decreto inutile, così come quello dello scorso anno, perché secondo la valutazione dei magistrati competenti, verrà scarsamente applicata. 

Siamo stanche di sentire, ormai da quasi due anni, politici, opinionisti, conduttori televisivi che elencano giornalmente, come ulteriore derisione, la nostra drammatica esistenza all'interno delle carceri. 

Basta con le umilianti immagini televisive di celle sovraffollate, quattro-cinque-sei letti a castello in spazi ristretti, pentole sparse, mestoli, scolapasta, materassi "sottiletta", freddo siberiano, acqua che no si sa da dove entra e da dove esce, cessi da campeggi posizionati di fronte alle tavole da pranzo imbandite di pane secco e frutta marcia, lavandini corrosi e docce scassate. 

Basta con le visite guidate dei politici… non siamo allo zoo! No abbiamo bisogno delle loro noccioline "svuota carceri"… siamo stanche! 

Fate qualcosa di concreto, altrimenti lasciateci in pace a scontare la nostra pena, contrariamente a quanto pensano in molti, non in un comodo "salottino" ma solo nella nostra sofferenza. 
Non siamo fenomeni da baraccone, se non volete venirci incontro, abbiate almeno la delicatezza di non offenderci, violando ripetutamente, con immagini e nomee, la nostra dignità. 
Ringraziamo Marco Pannella per il suo concreto impegno che, da sempre, lotta senza alcun pregiudizio, affiancato dal suo partito dei Radicali, per noi detenuti, mettendo continuamente a repentaglio la sua salute con i molteplici scioperi della fame. 
Basta con le parole, con le chiacchiere, con gli rvm carcerari… passate ai fatti, quelli veri e concreti però. 

L'unica vera "svuota carceri" è l'amnistia e da lì ripartire per una giustizia più equa. 
Informative bene, perché i veri criminali stanno fuori. In carcere ci sono anche persone innocenti che, dopo anni di processi e tempi burocratici, vengono assolte per non aver commesso alcun reato. Chi li ripagherà del danno subito? 
Manca solo attuare a pena di morte come in America, almeno così sono più felici i politici che non vogliono concedere nulla, più felice l'opinione pubblica colpevolista e chi vuole vederci morti in galera. 

A quanto pare… Dio perdona, voi no. 

Dite piuttosto il numero dei suicidi che avvengono giornalmente in questi luoghi, la mancanza di tutto, perfino l'aria per respirare, visto che le celle sono piene da farti andare in apnea. Mancano le cose essenziali: carta igienica, disinfettante e, qui a Lecce, persino un prete! Bisogna comprare tutto… chi se lo può permettere. E chi invece non può?Lasciamo a voi l'immaginazione. 
Questi oggetti di prima necessità dovrebbe fornirli lo Stato, ma ciò non accade per mancanza di fondi. Poi però, a fine pena, lo Stato pretende le spese di mantenimento, ma per che cosa? 

E' giusto pagare, ma con dignità ed umanità. 
Non siamo rifiuti umani da smaltire, né una discarica sociale, ma persone che hanno diritto ad una seconda possibilità. 
Se volete fare veramente qualcosa per i detenuti, fateci uscire da questo limbo infernale. Amnistia! 

Grazie 
Tutte le detenute della sezione femminile del carcere di Lecce

domenica 13 febbraio 2011

E' morta Franca Salerno







Come dirti addio, splendida guerriera dagli occhi blu?

Mi hai detto di andare ed io l'ho fatto ed ora un oceano ci ha divise, ci divide ancora.
Ma mi hai detto di farlo perchè l'oceano non era poi così grande. Ed io ti ho creduto. E l'ho fatto.
Anche se in fondo tutte e due sapevamo che era un addio, anche se abbiamo pianto entrambe, anche se è stato difficilissimo separarci.

Resta il rumore delle risate, la potenza del tuo ascolto, la forza dei tuoi consigli, il confronto politico e personale, la comprensione in uno sguardo, la fragranza del tuo modo di essere nel mondo. L'amore che mi hai dato e che mi hai permesso di darti. Quest'affinità elettiva che ci ha fatto incontrare, stringere, toccare. Sei dentro di me.

Evasa. Libera.

E' così che ti ricorderò. Così ti sei raccontata e data a me in questi anni. Così voglio raccontarti a chi non ti conosceva. Perchè non si perda neanche una goccia di quello che eri, perchè la memoria la dobbiamo scrivere noi, perchè tu lo avresti voluto. A chi ti ha conosciuto molto più di me chiedo invece scusa per la mia arroganza nel volerti narrare, ma come avresti fatto tu, come avresti voluto tu, sorridendo vi dico che non me ne frega niente dei giudizi.
Questa è la mia Franca. Questo è il mio racconto, il puzzle, i pezzi di lei che mi ha regalato in mille momenti condivisi, vissuti, respirati. Quello che abbiamo costruito insieme, il nostro rapporto, invece, lo tengo per me, perchè non ci sono le parole giuste per descriverlo e perchè è solo mio e suo.

“Evasa. Libera.“

L'evasione è una fuga, è un'andare via, una sparizione, un allontanamento da ciò che opprime. Ma è anche beffa. E' lasciare un vuoto polemico, una domanda per chi rimane: ma come ha fatto?
Evasione è dunque anche restare, lasciare una presenza, una scia ribelle. Tracce.

Evasione è una risata grassa, ai danni del potere.

Forse la tua prima evasione è stata dal collegio di suore nel quale con tua sorella Marisa vi hanno rinchiuse da piccole. Mi hai raccontato tante volte come già allora avevate rifiutato il controllo, quella disciplina vuota, morbosa e grigia, quell'irrigidimento dell'anima e del corpo.
Siete scappate. Cercavate il disordine.

Mi hai raccontato che sei stata rinchiusa in un manicomio, quando eri ragazza. Hanno cercato di rubarti la forza, la mente, i sogni, la tua insubordinazione. Ma non ci sono riusciti. Ti immagino evadere anche da lì, armata solo dei tuoi occhi blu, capaci di vedere oltre lo stato apparente delle cose, oltre il bianco di quelle pareti morte. Occhi blu profondo, capaci anche loro di evadere, lasciando solo il corpo in mano agli aguzzini mentre, ignari di te, ti facevano l'elettroschok. Blu come altri luoghi, altri mondi, blu come ormai immagino la libertà.
Sei scappata. Cercavi la vita.

E l'hai trovata nella Roma di Trastevere, quella Roma che ormai hanno cancellato. Quella delle strade, del popolo, dei quartieri, della solidarietà sociale, quella che come una pittrice mi disegnavi mentre raccontavi. Un apprendistato fatto di sesso, di droghe, di autostop, di viaggi in europa senza una meta, di libertà e di aria. Quanto dovevi essere bella, sorella mia.
Sei scappata. Cercavi la strada giusta.
E poi l'indignazione, la scoperta del senso profondo della parola oppressione, dell'orrore dello sfruttamento, dell'impossibile inganno del potere e del denaro. Imparare a dare un nome alle cose. Parole e senso trovati nei libri che ti passavano i compagni, sicuramente stregati dalla tua bellezza e dalla tua naturale capacità di essere coerente e guerriera, parole e senso trovati soprattutto negli occhi della gente, degli uomini e delle donne di vita. Incontravi la lotta. Questo incontro che più di ogni altro ha segnato tutta la tua vita. La lotta, che è stata la tua vita. Hai scelto le armi, hai scelto i NAP. Hai scelto la lotta frontale, oppure lei ha scelto te. Perchè eri fuoco, sorella mia. Nel bene e nel male, questa era la tua natura. Hanno provato a tarparti le radici, le ali. Hanno provato a imprigionarti.
Sei scappata. Evasa.

Evasa dalla stupidità del carcere e dei carcerieri, dall'arroganza dei tribunali e delle sentenze. Due piccole donne che hanno spaventato il potere, che lo hanno fatto traballare, lo hanno lasciato attonito e impotente. Tracce e solchi di memoria. Polvere di sbarre nascosta chissà dove, racconti mai finiti la cui eco si perde su un terrazzo con vista a strapiombo sul mare. Rumore di gabbiani e delle nostre risate estive.
Parole evasive.

La clandestinità, l'amore. Proiettili sparati per sbaglio in un appartamento e risate da crampi allo stomaco, mi raccontavi. Traslochi fatti di corsa, sbagli, fughe, paure, lacrime, errori. E poi ancora l'arresto, gli spari, l'omicidio a sangue freddo del tuo compagno Antonio. I tuoi racconti indimenticabili. Tiravano calci sordi sulla tua pancia, che era già piena del nostro Antonio. Partorire in carcere, imparare ad essere mamma in un recinto chiuso dal quale non ti avrebbero mai più permesso di evadere, almeno con il corpo. Ti sei tante volte descritta goffa, impacciata, spaventata con questo bambino splendido e paffuto dagli occhi blu. Mi resta nella mente l'immagine di te, il tuo cantare ninne nanne nel silenzio delle carceri di massima sicurezza.
Parole libere. Parole in fuga.

Il lato umano e vero della lotta, che era sempre il succo dei tuoi racconti. La consapevolezza della vulnerabilità, dell'essere persone fatte di carne e passione. La capacità di ridere di se stessi e degli altri. La forza di mettersi in discussione sempre, e allo stesso tempo di restare fedeli alle proprie idee, al proprio sangue e a quello degli altri, compagni e compagne. Il tuo essere donna, naturalmente militante e inevitabilmente fragile. Come tutti noi. E non avere paura di ammetterlo. Questo era il motore della tua forza infinita negli anni bui della prigionia, almeno ai miei e ai tuoi occhi. Ce lo siamo detto tante volte. Questa è la linfa della tua coerenza anche dopo, quando ho avuto il privilegio di conoscerti perchè tu me lo hai permesso. Compromettere la vita con il conflitto, farne una cosa sola, senza voltarsi indietro, senza rimpianti, senza ripensamenti. Con naturalezza, con umiltà e coraggio. Senza chiedere riconoscimenti a nessuno, senza nascondere la paura, senza mai nascondersi dietro un dito. Errori e certezze ad un unico ritmo, quello della parte giusta della barricata. Odiando il potere e rifiutando tutti i sui figli minori.
Parole tue. Parole nostre.

Alle compagne, amiche, sorelle che ti hanno amata e hanno condiviso con te la vita, l'amore e il dolore, il carcere, le evasioni e la libertà, con la stessa fottuta intensità con cui ho potuto anche se per poco farlo io, va il mio abbraccio più forte. Perchè, non me ne vogliano i compagni e gli amici, i racconti di Franca sono quasi tutti declinati al femminile. E ci sarà pure un perchè.

La tua ultima evasione sorella mia, compagna, è quella dalla vita, da un corpo che, dopo il dolore infinito per la perdita di Antonio, aveva deciso di abbandonarti, anche se tu non volevi. Ma non lasci un vuoto. Piuttosto uno spazio pieno. Di parole, di storie, di emozioni, di ricordi. Per tutte e tutti noi. Questo è solo un mozzico di quello che mi hai regalato.Come ti ho detto fino alla fine, ti porto con me ogni giorno. Mi mancherai infinitamente, ma tanto questo già lo sai...

L'evasione è uno scarboccchio indelebile nelle righe ordinate del potere e della legge.
E´ una beffa.

E allora ridiamo, compagna mia, ridiamo!
Buona fuga, Franca.

Tua nina

venerdì 29 ottobre 2010

CONTINUA IL VIAGGIO DEL FILM


COMUNICATO STAMPA

Giovedì, 4 novembre 2010 ore 9.30
presso il Polo Umanistico dell'Università degli Studi di Foggia
Via Arpi, 176 si terrà la Giornata di Studio:

Storie di donne in carcere

La giornata di studi è organizzata dal.CRILC (Centro di ricerca interuniversitario per la Ricerca sulle produzioni letterarie in carcere e la sperimentazione di laboratori di scrittura creativa in contesti di detenzione) dell’Università degli Studi di Bari e dell’Università degli Studi di Foggia
in collaborazione con il Centro internazionale Interdisciplinare per gli Studi di Genere, Foggia.
Interventi di: Fiammetta Fanizza, docente di Sociologia; Caterina Gerardi, regista; Stella Magni, autrice; Franca Pinto Minerva, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione; Stefan Nienhaus, Docente di Letteratura Tedesca; Sebastiano Valerio, Docente di Letteratura italiana.
Lettura: Giustina Ruggiero.

La giornata di studi indaga sulla realtà delle donne in carcere e sugli esempi della letteratura e del cinema che raccontano la detenzione femminile. Gli interventi sugli aspetti sociologici, letterari e della formazione delle prigioniere sono scanditi dalla lettura di brani dal romanzo “Le detenute” di Stella Magni che spiegherà lei stessa le ricerche che le hanno portato alla stesura dell'opera. In conclusione della giornata e con l'introduzione della regista, viene proiettato il film “Nella casa di Borgo San Nicola con le donne, nel carcere”: si vedono gli ambiti nascosti del vivere quotidiano del carcere femminile e le detenute dell'Alta sicurezza raccontano la loro storia davanti alla videocamera.

«Dopo il carcere niente è più come prima. Anche se ti sforzi per cancellare
il tempo sospeso trascorso lì dentro. Il tempo che tempo non è. I minuti che
durano un'eternità. L'eternità che si concentra in un istante. In carcere ogni
cosa non è più quella che conoscevi prima di entrarci. Nemmeno il tempo.
Il tempo dei ricordi in carcere è il tempo più crudele.»


Anche se la presenza femminile nei carceri europei è decisamente inferiore rispetto a quella degli uomini e si aggira in tutti i paesi intorno a 4-5%, il fenomeno è in forte crescita (in Spagna, per esempio, negli ultimi tempi si nota un aumento di ca. 15% all'anno!) e, comunque, meriterebbe per la situazione particolare delle donne in detenzione una maggiore attenzione specifica al di là dei ragionamenti sul carcere in generale. Basti pensare al taglio così netto dei legami e delle relazioni affettive più significative quale quelle familiari che le donne, in buona parte madri di figli minorenni, subiscono in un modo più drammatico rispetto agli uomini come una drastica e crudele privazione emotiva.